POZZUOLI – Confermata in Appello la colpevolezza di Gennaro Amirante, il 39enne arrestato assieme al boss Gennaro Longobardi (di cui è genero) per un’estorsione ai danni di un ristoratore. Dopo una prima condanna a 8 anni, in secondo grado Amirante ha ricevuto uno “sconto” dovuto ad un ricalcolo della pena, abbassatasi a 6 anni e 4 mesi.

LE INDAGINI E L’ARRESTO – Due la parti civili: il Comune di Pozzuoli (rappresentato dall’avvocato Alessandro Motta) e l’associazione antiracket Sos Impresa (avvocato Luigi De Vita) Le manette scattarono nell’aprile dello scorso anno. Secondo le indagini, coordinate dalla Direzione distrettuale antimafia e svolte dai carabinieri del Nucleo investigativo di Napoli e della compagnia di Pozzuoli, la vittima avrebbe dovuto acquistare da Amirante (difeso dagli avvocati Massimo Vetrano e Cesare Patroni Griffi) frutti di mare per la propria attività, ma a prezzi maggiorati e a quantità del tutto spropositate per le necessità del ristorante.

LE PAROLE DEL BOSS – «Qui vi siete tutti dimenticati degli amici, io ho un’agenda dove mi sono scritto tutti gli amici e tutti i nemici». Queste le parole che avrebbe pronunciato Gennaro Longobardi all’imprenditore, e finite agli atti. La richiesta estorsiva sarebbe stata inizialmente “cash”: 1500 euro in contanti da versare mensilmente. La “conversione” in prodotti del mare sarebbe avvenuta in un secondo momento: «C’è mio genero qua che vende i frutti di mare, vedi di prenderli da lui: accontentalo!».

13 ANNI PER IL BOSS – Ed invece arrivò la denuncia dei fatti da parte della vittima che fece scattare il decreto di fermo emesso dal pm Gloria Sanseverino. Poco più di due settimane fa, Longobardi è stato condannato a 13 anni e 4 mesi in Appello per la stessa vicenda, al termine del processo celebrato con rito ordinario. Amirante, invece, ha optato per il rito abbreviato.