Il bar caffetteria dato alle fiamme a Monterusciello

POZZUOLI –  Matrice dolosa. Non sembrano avere dubbi gli inquirenti che indagano sull’incendio che la notte scorsa ha devastato il bar caffetteria “Free Way” nel quartiere di Monterusciello. La tesi è rafforzata dagli elementi raccolti in via Verga dai Carabinieri della Compagnia di Pozzuoli diretti dal Maggiore Roberto Spinola. Qualcuno nella notte tra domenica e lunedì per la seconda volta negli ultimi tre anni con liquido infiammabile avrebbe appiccato il fuoco al locale provocando migliaia di euro di danni. A domare le fiamme i Vigili del Fuoco della vicina caserma di  Monterusciello. La segnalazione giungeva nel cuore della notte. La puzza di bruciato e il fumo allertavano i residenti. Il bar caffetteria “Free Way” sorge in un porticato alle spalle degli uffici comunali e postali. Numerosi i negozi nelle vicinanze, in mezzo alle case popolari del lotto undici. I pompieri riuscivano a spegnere il rogo ma ingenti erano i danni alla struttura.

IPOTESI –  In queste ore si cerca il movente dell’agguato. Forse un messaggio intimidatorio, un avvertimento o l’ombra del racket nel ventaglio di ipotesi. La titolare dell’attività, una giovane di Monterusciello, avrebbe negato di aver ricevuto pressioni o richieste di tipo estorsivo. La donna è la figlia di Umberto De Simone, 55 anni, ritenuto un affiliato al clan Longobardi-Beneduce di Pozzuoli finito in manette all’alba del 24 giugno di due anni fa durante l’operazione “Penelope”  che portò in cella 84 persone. De Simone da due giorni era agli arresti domiciliari, dopo una condanna in primo grado a 12 anni di reclusione pronunciata il 23 settembre 2011 dal GIP Federica Colucci alla quale si aggiunge un’altra di 10 anni. Ma nonostante ciò i giudici nei giorni scorsi hanno accolto l’istanza dell’avvocato Bruno Carafa che ha fatto ottenere al proprio assistito gli arresti domiciliari.

IL LEGAME CON IL CLAN – Il nome di Umberto De Simone compare in uno dei capitoli dell’ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip Aldo Esposito su richiesta dei Pm Antonello Ardituro, Raffaella Capasso e Gloria Sanseverino intitolato «Cesti e capretti». In occasione delle festività, è emerso dalle indagini, i commercianti di Pozzuoli erano costretti a consegnare derrate alimentari agli emissari dei boss Gennaro Longobardi e Gaetano Beneduce, che poi provvedevano alla distribuzione attenendosi ai nomi inclusi in una lista. Agli atti dell’inchiesta ci sono intercettazioni da cui si evince che alcuni affiliati, impazienti, sollecitavano la consegna del pacco dono, mentre i vertici del clan si sbizzarrivano con le ordinazioni. Nella conversazione seguente Umberto De Simone, uno degli arrestati nel corso del blitz, dà disposizioni a Luciano Compagnone, a sua volta finito in carcere; il negoziante che dovrà mettere la sua merce a disposizione del clan ancora non sa nulla, ma sta per ricevere la telefonata.

GENNARO DEL GIUDICE 

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