POZZUOLI – Condannato a 13 anni e 4 mesi di carcere per estorsione ai danni del ristorante “Bobò”. E’ la batosta inflitta dalla quarta sezione del Tribunale di Napoli al boss di Pozzuoli, Gennaro Longobardi, 62 anni, detenuto dal 6 aprile dell’anno scorso in seguito a un decreto di fermo emesso dalla DDA di Napoli per estorsione aggravata dal metodo mafioso. Insieme al boss finì in manette anche il genero, Gennaro Amirante, 39 anni, detto “scimità”, condannato lo scorso 20 novembre, con rito abbreviato, a 8 anni di carcere.

L’ESTORSIONE – Giuseppe Bruno, detto “Bobò” (difeso dall’avvocato Roberta Rispoli), fu vittima di estorsione da parte di Longobardi e Amirante che tentarono di imporgli l’acquisto di frutti di mare a costi fuori mercato. I due infatti volevano imporre alla vittima di versare nelle casse del clan 1500 euro al mese e di acquistare la merce fornita da Amirante. Un’estorsione a cui Giuseppe Bruno si ribellò, trovando il coraggio di denunciare tutto ai carabinieri.

Giuseppe Bruno Bobò

LA BATOSTA – La condanna di oggi rappresenta l’ennesima batosta per il boss e per il suo clan, decimato dagli arrestati dell’operazione “Iron Men” e i recenti arresti (sempre per estorsione) del fratello Ferdinando Longobardo e dell’altro genero Salvatore Carullo. Nei prossimi giorni Gennaro Longobardi sarà alla sbarra per il processo che lo vede imputato, insieme ad altri tre boss, per il duplice omicidio di Raffaele Bellofiore e Domenico Sebastiano, trucidati nel Rione Toiano il 19 giugno del 1997. Longobardi, insieme a Gaetano Beneduce, Salvatore Cerrone e Nicola Palumbo (hanno scelto tutti il rito abbreviato) è accusato di essere tra i responsabili dell’agguato che cambiò la geografia camorristica nella città di Pozzuoli.