Le palazzine del "lotto 4" di Monterusciello

Egregi,
sono nato nel Rione Terra nel 1965 e vivo attualmente a Monteruscello. E’  forte l’amarezza e la tristezza, ancora oggi a tanti anni di distanza, nel vedere il nostro patrimonio storico-archeologico –paesaggistico, boccheggiare.  Essere oggetto di strano interesse e scarsa competenza. Ma, è ancora più forte  il senso di esclusione, di solitudine che avverto nel vivere a Monteruscello.

LA LETTERA – In questi giorni si commemora “l’anniversario” dello sgombero del Rione Terra. Quarantatré anni. Oggi sappiamo che si trattò della prima deportazione vissuta dai puteolani, a causa del bradisismo. Quarantatré anni. Nel frattempo è nata la Pozzuoli bis (Monteruscello), e non è ancora stato restituito il Rione Terra alla Città. La Pozzuoli bis, la new town, il vuoto, il paesaggio criminogeno. Monteruscello, nelle sue attuali dimensioni, nasce dopo il bradisismo del 1983/84. La seconda e fatale deportazione vissuta dai puteolani. Nel libro dell’antropologa Angela Giglia “Crisi e ricostruzione di uno spazio urbano” (di cui riporto alcune considerazioni), è ben descritta la fase di insediamento e la morfologia urbanistica di Monteruscello

Vivere in una New Town: bellezza dei nostri tempi. Fin dal Medioevo passando per l’era della rivoluzione industriale le città si connotano di significati ambivalenti: luogo di scambio, di incontri, di sorprese e di interessi, luogo ricco di esperienze e di scoperte. Città rumorose, affollate, dove edifici vecchi e nuovi si mescolano e si sovrappongono gli uni sugli altri; città dalle strade brulicanti di persone che vanno a spasso, si fermano a guardare le vetrine e a chiacchierare, o a prendere il fresco la sera. Monteruscello non somiglia per niente e non ricalca in nulla tutto ciò: può avere la parvenza di un centro urbano, ma di un urbano certamente estraneo alla tradizione locale.

L’immagine prevalente dell’insediamento: un luogo vuoto, ostile, la cui pretesa modernità cozza contro le abitudini e la visione del mondo della popolazione locale, che ha sempre vissuto a Pozzuoli. L’insediamento, la new town, è praticabile a piedi solo con grande difficoltà: le distanze sono troppo ampie e le strade larghissime e spesso battute da un vento forte. Al tramonto ci si ritrova soli o in compagnia dei cani, in piazze circondate da mura: invisibili! L’impressione è di vuoto, di piatto, come se le larghe strade deserte in mezzo alla campagna, punteggiate ai lati da bassi edifici in colore pastello, non portassero da nessuna parte.

Le abitazioni presentano moltissimi degli inconvenienti tipici degli edifici di edilizia pubblica costruiti col sistema della prefabbricazione pesante, in fretta e in economia: permeabilità al freddo, al caldo e ai rumori; fessure di dimensioni considerevoli nei punti di giuntura fra un pannello e l’altro, infiltrazioni d’acqua e condensa, fragilità e cattiva qualità delle rifiniture. Monteruscello (la Pozzuoli bis), al di là dell’intento dei progettisti, è molto diversa da Pozzuoli. La pianta è a scacchiera, costituita da strade parallele e perpendicolari tra loro, cosa che non favorisce l’individuazione di un centro, come succede invece negli insediamenti a pianta radiante, dove in uno stesso luogo – che presenti un addensamento di funzioni e di popolazione – convergono tutte le strade, come nel caso della struttura urbana di Pozzuoli, dove la viabilità converge verso la piazza e il porto. In una città storica dell’Italia del Sud, e forse in qualsiasi città d’Europa, è inconcepibile l’idea di non potersi spostare a piedi. Invece, abitare a Monteruscello rende necessario l’uso quotidiano di un’automobile se non si vuole restare tagliati fuori.

L’operazione scaturita dal bradisismo, con l’evacuazione del centro storico e la costruzione di Monteruscello, può essere leggibile come il passaggio tipico da comunità a società. Cioè da una situazione dominata da fitte reti di conoscenza reciproca e da rapporti più diretti e umani, a una situazione dominata dallo sfaldamento delle reti di relazione precedenti e da modalità di relazioni di tipo negativo o neutro, orientata verso l’aggressività e/o l’indifferenza reciproca.

E’ il tipico paesaggio criminogeno, così definito dalla scuola di sociologia di Chicago. Il paesaggio come la causa primaria della questione dell’esclusione sociale e dunque punto di partenza e insieme di arrivo delle politiche sociali e di sicurezza urbana. In siffatti paesaggi è difficile (non impossibile) sviluppare quei legami stabili, quel rapporto di comunità, quel cemento di aiuto reciproco che nutre le istituzioni sociali, accresce la coesione e che come conseguenza naturale si traduce in una bassa emergenza di fenomeni connessi all’esclusione sociale, alla devianza e criminalità. Le implicazioni sociali sono ben note: la crescente ghettizzazione. Monteruscello: una spianata di case senza senso e senza alcuna attrattiva.

Un crimine contro l’umanità. Andrebbero denunciati i politici e i tecnici che hanno pensato, progettato e realizzato tale opera.

Peppe Pennacchio.