La folla all'esterno della palazzina

MONTE DI PROCIDA –  Una tragedia che si è materializzata all’improvviso quando al citofono hanno bussato i militari in mimetica.  «Non ce lo meritavamo» le uniche  parole che è riuscito a pronunciare Antonio Silvestri, padre del sergente Michele ucciso in Afghanistan. Il papà di Michele, impiegato al comune di Monte di Procida, era in casa quando sono arrivati i militari per comunicare la tragica notizia della morte.  I familiari erano all’oscuro di tutto,  non avevano seguito i vari telegiornali che avevano dato la notizia dell’agguato in Afghanistan. Ma appena hanno visto la delegazione in divisa fuori del loro appartamento hanno intuito che fosse successo di qualcosa di grave. Poi la notizia, lo shock e la tragedia che li ha investiti improvvisamente. Due sottotenenti psicologhe e un medico hanno accompagnato il Tenente colonnello Gaetano D’Agostino comandante del distaccamento del 21.mo Genio guastatori di Caserta, per offrire sostegno nel momento in cui veniva data la notizia della tragedia.

UN VETERANO DELLE MISSIONI –  Michele Silvestri era partito per l’Afghanistan nella prima decade di Febbraio. Era la sua dodicesima missione da quando il 19 agosto del 1997 decise di arruolarsi nell’Esercito Italiano all’età di 19 anni.  Viveva con la moglie Nunzia e il figlioletto Antonio di 8 anni a Bacoli, in via Papinio Stazio nella zona denominata del “Mazzone”. Michele e la moglie sono entrambi nativi di Monte di Procida, ma dopo il matrimonio si erano trasferiti a poca distanza da Cappella Vecchia. Dove però, nello stesso edificio, ma in una scala attigua, vivono il padre di Michele, Antonio, la madre Teresa Palma Esposito, giunta poco dopo l’arrivo dei militari in via Cappella. Con loro anche un altro figlio, Fortunato, impiegato in un supermercato mentre la sorella Anna, madre di una bimba vive con il marito poco distante da via Cappella.

GDG