Un tratto di via Domitiana

MESSAGGIO:

Per raggiungere il mio ufficio in Pozzuoli, quotidianamente ripercorro – come una pallina di ping pong – le antiche vie; la Ripuaria e la Domitiana, lungo le quali si è snodata la storia dell’Impero. A parte le evidenti tracce dell’emergenza rifiuti qui in Terra dei Fuochi – toponimo non troppo dissimile, in fondo, dall’originale e aulico “ Campi Flegrei” – a parte anche la straordinaria bellezza del paesaggio che induce alla sindrome di Stendhal… a parte il disordine e la scarsissima manutenzione del verde, delle strade, dei siti archeologici e delle opere d’ingegneria civile… anche il degrado umano spinge alla depressione…. No! Non mi riferisco alla laboriosa e fin troppo tollerante popolazione… ma ai mercanti di carne umana di ogni coordinata geografica ad Est ed a Sud, collusi, ovviamente, ai “padroni di casa” della malavita organizzata per cui sigarette, “pezzottati” (in gergo, merce taroccata dall’abilità dei falsari), droghe, monnezza, armi, usura o SCHIAVI sono solo voci attive in bilancio, iscritte in un unicum che li accorpa, come in un polpettone ipercalorico: UTILI D’AZIENDA SOMMERSA! Ogni giorno, al solito posto lungo la Ripuaria e la Domitiana, di mattino presto ed al tramonto, con il sole o il nubifragio, gruppetti di ragazzotti bianchi come il latte e – maggiormente – neri come il cioccolato fondente, procedono verso occulti meandri del territorio, in cerca dei “caporali” per guadagnarsi il tozzo di pane: un esercito fantasma. Ogni giorno, in qualche chiazza d’erba sfinita che tra i canneti ed i sacchi dei rifiuti sventrati, si affaccia sull’acciottolato di un campo, ai limiti della strada tipicamente sprovvista di marciapiede, “sotto l’acqua e sotto lo vento” o sotto il sole implacabile, bellissime schiave, per lo più nere e sode come pregevoli statue di ebano, attendono i “maiali” di turno (senza offesa per l’autentica specie suina!). Personalmente, dopo le Twin Towers dell’11 settembre e il massacro dei bambini della scuola di Beslan, credevo d’aver visto tutto l’orrore possibile in tivvù… ma “Lampedusa” mi ha atterrita! Dal giorno dell’orribile strage, guardo alle statue d’ebano della Domitiana che sfilano in penosa processione di là del finestrino dell’auto, con altri occhi e cuore diverso e quell’improduttivo sentimento razzista ch’è la PENA me lo ficco rabbiosamente in saccoccia, sforzandomi di leggere su quei volti di madonne brune dagli occhi di gazzella triste… seppur addobbate di sgargianti vesti, le leggende personali. Chissà quante di loro sono state scaricate sottocosta da una carretta del mare, infrangendo un costosissimo sogno di Dignità su uno scoglio, per finire, poi, qui nella mia Africa omen nomen di – guarda caso – Scipione detto l’Africano, dove ancora non si è placato il disgusto, tra la popolazione attiva, per l’eccidio di extracomunitari in Castelvolturno, per opera dei boss della zona… Mi interrogo sulla fine che faranno queste ragazze quando invecchieranno precocemente e saranno scaricate come rifiuti, come fanno – negli allevamenti dei camorristi – con i cuccioli maschi di bufala, nelle cloache a cielo aperto di quelli che una volta erano fiumiciattoli, torrenti o piccoli affluenti in viaggio verso il mare di Odisseo…. come al largo – eppoi sulle rive – della Somalia, dove i rifiuti tossici erano clandestinamente smaltiti, prima di scoprire l’edenlandia della nostra Terra dei Fuochi, ex Campania Felix. Sarò surreale nel mio divagare ma spesso avverto l’impulso di fermarmi a parlare, io statua dell’istituzionale museo delle cere, con queste statue di ebano e magari, una volta offrir loro – perché no? – un bocconcino di bufala o una sfogliatella; delizie locali che magari non hanno mai assaggiato, non sapendo neppure su quali coordinate geografiche si trovino… Non so se queste creature sono state davvero più fortunate dei morti di Lampedusa: normalmente, la gente pensa che si è fortunati solo ad essere vivi, dopo un pericolo scampato… ma è VITA quest’inferno quotidiano, questo magma doloroso dal quale fioriscono le statue d’ebano della mia Africa? … Le centinaia di creature spiaggiatesi come le megattere dalle lunghe ali a Lampedusa, stringevano ancora in pugno un sogno di libertà; queste schiave, invece, hanno smesso di sognare e non sanno neppure di poter affidare un’eventuale preghiera ad un’altra schiava, Bakhita, elevata agli onori degli altari da noi indifferenti bianchi ceri di parrocchia, adusi al culto dei morti e poco avvezzi alla salvaguardia dei vivi.

Marina