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POZZUOLI – Dopo meno di un anno e mezzo di carcere si è pentito Antonio Ferro, 37 anni, pezzo da novanta della camorra flegrea e (insieme al fratello Andrea) capo dell’omonimo clan che dal 2010 al 2015 ha agito a Pozzuoli sotto il cartello del clan Longobardi-Beneduce. Il 37enne è il figlio di Rosario Ferro alias “Capatosta”, trucidato nel 1988 in via Delle Colmate a Licola e nipote del boss Gaetano Beneduce. Antonio Ferro era stato arrestato dai carabinieri insieme ad altre 45 persone all’alba del 29 novembre 2016 durante l’operazione “Iron Men”, inchiesta ispirata proprio al cognome dei “nipoti d’arte”. Trasferito in regime di carcere duro, nei suoi confronti il Pm della DDA di Napoli Gloria Sanseverino ha chiesto 20 anni di carcere durante il processo di primo grado.

TREMA LA MALAFLEGREA – La voce del pentimento di Antonio Ferro era iniziata a circolare nel fine settimana scorso. La sua decisione di collaborare con la giustizia potrebbe ora fare luce su una serie di episodi che hanno segnato la camorra flegrea negli ultimi dieci anni tra cui gli omicidi della guardia giurata Giuseppe Minopoli, uccisa a Monterusciello nel 2008; di Carmine Campana, ammazzato a Licola nel maggio del 2010; l’assassinio di Luigi Mattera, ucciso a Varcaturo nel settembre del 2016; e una lunga serie di attentanti, episodi criminali e soprattutto alleanze ed eventuali collusioni con i “colletti bianchi”.

IL POTERE DEI FERRO – La scalata al potere criminale di Antonio Ferro, ritenuto la mente del gruppo, e del fratello Andrea era iniziata nell’estate del 2010 dopo l’operazione “Penelope” che portò in carcere ben 84 affiliati ai Longobardi-Beneduce. Da quel momento i due presero in mano le redini degli affari illeciti soprattutto a Pozzuoli e Quarto, approfittando del vuoto che si era venuto a creare. Anni contraddistinti da aggressioni, minacce, pestaggi e attentati. Tutti dovevano sottostare ai fratelli Ferro: negozianti, commercianti dei mercatini rionali, spacciatori e perfino parcheggiatori abusivi. Tutti dovevano pagare o “lavorare” per conto del gruppo. Un’imposizione di forza sul territorio che portò i Ferro, in un’occasione, secondo il racconto dell’altro pentito Napoleone Del Sole, a dare una lezione ai figli del boss detenuto Gaetano Beneduce, Marco e Gaetano, picchiati davanti alla madre. Ed era proprio la violenza il “marchio di fabbrica” del clan Ferro, costretto poi a defilarsi nel 2014 in concomitanza con l’uscita dal carcere del RAS Nicola Palumbo “faccia abbuffata” che portò dalla sua parte alcuni uomini dei Ferro decimando il gruppo e imponendosi anch’egli sul territorio.