Adriana Di Colandrea durante la trasmissione televisiva "I fatti vostri" di Rai Due, una puntata sul tema “Donne e maltrattamenti”

BACOLI – «Ancora vivo quei momenti con paura, è un trauma che non si supera e che mi ha lacerato dal di dentro», con voce rotta Adriana Di Colandrea, originaria di Bacoli, ricorda i suoi dieci anni di terrore vissuti con il marito violento, Pasquale Lucci. Ora quegli attimi, mai dimenticati, sono tornati ben presenti nella mente della donna dopo la sentenza di appello che ha condannato l’ex coniuge a sei anni per violenza sessuale e maltrattamenti.  

UNA VIOLENZA SENZA FINE – Una storia terribile, di una violenza inaudita, che ha radici lontane. Tutto è iniziato nel 1994 quando a soli 19 anni Adriana sposa quest’uomo più grande di lei di 13 anni. I primi tempi li vive lontano dai suoi a Roma, innamorata e fiduciosa dell’amore, della famiglia e della vita, la donna si rende subito conto di essere in un incubo. Le botte, i maltrattamenti, le offese, le minacce di morte sono senza fine, dovunque, a qualsiasi ora, anche nel cuore della notte. «Ricordo una volta andai a letto senza lavarmi i denti – dice Di Colandrea – subito mi chiese con tono minaccioso se l’avessi fatto, risposi con paura di sì ma non mi credette mi mise le mani alla gola e mi colpì con un pugno in piena faccia. Un’altra volta le botte iniziarono dalle prime ore del mattino, erano le 5, dormivo nel letto con mio figlio, mi venne a svegliare con calci e pugni nell’addome, percosse continuate in cucina dove mi sbattè più volte la testa contro le mattonelle, contro il tavolo, persi conoscenza ma nemmeno allora si fermò, schiacciandomi la testa sotto ai suoi piedi ripetutamente».

FRATTURA DELLE OSSA – Abusi e atti di violenza continui, senza sosta in più e diverse occasioni, un pugno in faccia le ha provocato la frattura delle ossa nasali, dopo la quale dovette subire anche un delicato intervento chirurgico a causa delle riscontrate difficoltà respiratorie. Nel 2001 uscita dall’ospedale va a Napoli dai suoi anziani genitori, portando con sé il figlio di 4 anni. Solo sei mesi è durata la “fuga” poi ritorna insieme al marito per altri due anni.
Ma le violenze non finiscono: oggetti lanciati addosso con forza, sedie, un posacenere di cristallo, coltelli puntati alla gola e alla pancia, fino ad arrivare ad orinarle addosso. Gli abusi avvenivano anche davanti agli occhi atterriti del figlio, ora 16enne. Proprio per tutelare lui la donna ha deciso, con coraggio e convinzione, nel 2004 di denunciarlo. «Non volevo togliere a mio figlio il padre, credevo sempre che sarebbe cambiato – aggiunge – che le botte sarebbero finite, ma non è stato così».

IL PROCESSO E LA CONDANNA – Nel 2007 inizia il processo davanti al tribunale di Roma. Il processo penale a carico del marito violento, in otto udienze, si conclude il 30 settembre 2011, con la condanna a due anni per maltrattamenti con pena sospesa. Ora arriva la sentenza d’Appello, sono sei gli anni da scontare per violenza sessuale e maltrattamenti, condannato anche all’interdizione perpetua dai pubblici uffici nonché al risarcimento del danno e alle spese processuali. «Giutizia è fatta – spiega l’avvocato difensore Procolo Ascolese – i giudici della Corte d’Appello di Roma hanno accolto la nostra tesi secondo la quale il reato di violenza sessuale si configura anche quando il dissenso da parte della coniuge-vittima non sia manifestato chiaramente, questo perché quando il fatto si verifica in una situazione di continui maltrattamenti e violenze, il dissenso è implicito».

UN PASSATO CHE NON SI DIMENTICA – Adriana oggi ha 38 anni e reca con sé cicatrici indelebili: «Ho pensato più volte al suicidio, sono stata aiutata da psicologi, ma bisogna prendere coscienza di ciò che si sta subendo e avere la forza di reagire e denunciare, è l’unico modo per ritornare a vivere».

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