MONTE DI PROCIDA – Tre giorni è stato attraccato nella Marina di Acquamorta. Stamattina ha riacceso i motori e con uno sbuffo è andato via. Siamo parlando del Pietro Micca, la più antica nave commerciale italiana a vapore ancora in classe, costruita in Inghilterra nel 1895 e salvata dalla demolizione da una famiglia montese, quella di Benito Spinelli.

L’EVENTO – Il longevo rimorchiatore è tornato a Monte di Procida lo scorso venerdì, per prendere parte alla rassegna “Arte, moda e musica nella terra del mito”, evento organizzato dall’amministrazione comunale in collaborazione con Anna Paparone, grazie ai fondi Campania 2014\2020, ed essere visitato. Le escursioni dei cittadini a bordo del Pietro Micca sono state numerosissime.

LA COMMOVENTE STORIA – Ha commosso tutto il paese la storia raccontata dalla moglie di Benito, Adele, alla giornalista Viola Scotto di Santolo che ne ha poi condiviso il racconto su Facebook. “Il Pietro Micca ha dato da mangiare a tutta la famiglia Spinelli, da sempre. – si legge nel post – Tre generazioni di marittimi hanno speso la loro vita su questa nave fino al 1995. Il primo a salirci è stato il padre di Benito, che faceva il marinaio. Quando morì, Benito aveva vent’anni. Benito era “un’ape laboriosa” ha detto Adele, ancora giovane prese la patente e diventò Direttore di Macchina. E sul Pietro Micca ci ha passato la vita. Ma nel 1996, la nave era in disarmo, non viaggiava più. Benito da quattro anni aveva smesso di lavorare, perché suo fratello si era ammalato e lui volle assisterlo. Così si decise che la nave andava demolita, che non serviva più a niente. L’armatore cercava acquirenti.
Benito era terribilmente amareggiato ma non disse niente. Poi suo figlio, Gianluca, accorgendosi del dispiacere del padre gli propose di comprarla. Benito rispose che non era possibile, per loro. Ma Gianluca non si rassegnò, gli disse che avrebbe messo tutti i dati della nave su una rivista nautica, “Yacht Digest”, e così l’avrebbero salvata.
Gianluca era fatto così. Era un ragazzo pieno di entusiasmo, vivace. Aveva i capelli neri e lucidi, le sopracciglia spesse sulla fronte e vent’anni ancora da compiere. Gli piaceva dipingere, suonare, scrivere. Prese a cuore le sorti di quella nave come prendeva a cuore tutto. Sarebbe andato tutto bene, nei suoi progetti. Ma un mese dopo Gianluca ebbe un incidente. Era la sera dell’11 Febbraio 1996. Un mese dopo, grazie al trafiletto pubblicato da Gianluca (scomparso prematuramente), cominciarono a chiamare da tutto il mondo, interessati al Pietro Micca che all’epoca aveva 101 anni ed era “un bene culturale di interesse inestimabile per tutta la comunità marittima.” Ma Benito, Adele, gli altri due figli, nessuno di loro aveva lo stato d’animo per occuparsene. Quella gente parlava inglese, francese. Loro rispondevano “richiamate”. Fino a che arrivó una telefonata che cambió le cose. Era un uomo, si chiamava Pier Paolo Giua. Aveva visto l’inserzione sulla rivista. Acquistó la nave. Fondó un’associazione a nome di Gianluca Spinelli, di cui Adele e Benito sono soci onorari. Curó, insieme a Benito, il poderoso restauro e il riarmo per un ammontare di trentamila ore lavorative. Dopo essere stato riarmato, il Pietro Micca si è reso protagonista d’attività culturali, didattiche, scientifiche ed ambientali, preziosa testimonianza storica delle tecnologie di un tempo.
– “Benito si è fatto in quattro”. Mi ha detto. “Non esistono più persone così. Persone che si danno da fare, non si rilassano mai, persone piene di vigore e di aspettative”.
Benito è così. Un uomo essenziale.
Il suo dolore lo ha sempre messo da parte, lo ha fatto tacere, per il bene degli altri.
– “Si è sacrificato, avrebbe voluto essere aiutato ma nessuno lo ha aiutato mai, è grazie a lui che questa nave è viva”.
E oggi campeggia su tutte le riviste nautiche come esempio di tenacia, longevità e avanguardia storica. Il Pietro Micca è l’ultimo regalo di Gianluca a suo padre”.